L'isola che (non) c'è

Poi la strada la trovi da te

porta all'isola che non c'è

Ho incontrato Peter Pan da bambina nella versione Disney: se ci penso, mi torna in mente l'immagine di un ragazzino atipico: inquieto ed entusiasta, bizzarro e coinvolgente, e al tempo stesso solo, distante. 

Un bambino magico e sfacciato, diverso dagli altri bambini. Senza la routine dei bambini. Senza le regole dei bambini. E senza ombra, perduta, e poi ritrovata, che non ne vuole sapere di stare al suo posto.

Un ragazzino agitato e travolgente. Un capo. Il capo dei Bambini Sperduti, che vivono con lui nell'Isola che non c'è.

Ricordo, distintamente, l'irritazione nei confronti del papà di Wendy, che tra una cena di gala e l'altra sancisce che Wendy debba crescere e debba smettere di raccontare fiabe e di credere alle fiabe.

(Sacrilegio).

Ricordo distintamente la mia partecipe gioia a seguito della ribellione di Wendy, che senza pensarci mezzo secondo vola dalla finestra verso l'Isola che non c'è, rivendicando il diritto ai suoi tempi e alle sue scelte, in barba a imposizioni calate dall'alto senza motivo.

Il piano di lettura che ho fatto di Peter Pan, da bambina, si è fermato lì.

Che Peter Pan fosse morto, e i Bambini Sperduti anche, non ero pronta a accettarlo. Questa chiave di lettura, che ha le sue radici nella storia familiare travagliata di James Matthew Barrie, è rimasta confinata nell'inconscio per molti anni.

Poi anche io ho incontrato Peter Pan, perchè sono diventata mamma di un bambino Sperduto.

E quella storia di ombre e pirati e bambini che volano ha assunto molti altri significati, finalmente accessibili.

Ancora spaventosi, ancora di più, perchè nel bel mezzo del lutto, ma improvvisamente chiari.

Nella storia di Peter Pan ci sono Bambini Sperduti, i Lost Boys, caduti nel dimenticatoio.

Ci sono adulti che prendono le distanze dal mistero dei bambini sperduti e dei Peter Pan, da ciò che non si vede, non si misura, non si comprende.

Come, per esempio, il dolore per un bambino nato già morto o vissuto solo per un soffio. 

Dove gli adulti non capiscono perché "ci si affezioni", a cosa serva. Dove gli adulti hanno chiuso la porta alla magia.

 

La magia di Peter Pan sta nella possibilità di potersi muovere liberamente tra la sua isola e la terra, e questa magia ha un prezzo da pagare.

Peter Pan paga per la sua magia l'impossibilità di appartenere totalmente solo a uno dei due mondi e rimane confinato in questo spazio sospeso, tra cielo e terra.

Peter Pan sembra una mamma, indaffarata tra i bambini in terra e i Bambini Sperduti, di cui bisogna prendersi cura, in qualche modo. Una mamma speciale, come tante ne ho viste in questi anni, in bilico tra le sue maternità, tra i suoi affetti, tra le sue perdite e le sue conquiste.

Peter Pan possiede anche un'altra magia: quella di poter essere visto dai bambini, che lo aspettano con ammirazione e con ansia. 

La condanna di Peter Pan sta però nell'essere invisibile agli adulti: crescendo, tutti i suoi compagni di avventura sono destinati a dimenticarlo.

Peter Pan affronta il lutto. Il lutto infantile e perinatale, certo, ma anche il lutto dell'incomunicabilità, del cambiamento, dei passaggi.

La magia di Peter Pan sta nel parlarci di perdite, dolori, distacchi e al tempo stesso di conquiste, passaggi, evoluzioni.

Peter Pan, insieme ai fratelli Darling ci parla di resilienze e adattamenti che si portano dietro tante sfumature emotive.

Non solo gioia, oblio o pace dei sensi. Niente di fermo e definito.

Al contrario, Peter Pan ci fa entrare in contatto con numerose emozioni umane in questo suo andare e venire tra Bambini Sperduti, Pirati, adulti smemorati e ragazzini avventurosi e pieni di ammirazione.

Peter Pan non appartiene del tutto al nostro mondo, ma è simbolicamente vivo, vivissimo e per questo fonte di grande ispirazione per i bambini della famiglia Darling e per noi, che da decine di anni lo leggiamo, lo guardiamo, lo facciamo leggere ai bambini.

I bambini, per crescere, hanno bisogno anche di accedere a spazi che gli adulti temono e  da cui preferiscono stare alla larga. Impedire ai bambini di accedere a spazi scomodi è un modo per gli adulti di proteggere se stessi da questa scomodità, e diventa un'occasione persa, in termini di percorsi evolutivi e di crescita.

Il rapporto con l'inizio e con la fine, con la vita e la morte, esplorare i confini dell'indicibile, in modi e tempi congrui all'età e allo sviluppo individuale e del gruppo di pari, fa parte del processo evolutivo.

Per volare e per poter fare ritorno, senza correre il rischio di restare confinati dentro se stessi, dentro la propria infanzia o, nel nostro caso specifico, dentro il proprio lutto, è necessario imparare a credere in se stessi e affrontare i propri pirati.

La condanna di Peter Pan, che lo rende certamente magico ma non così rassicurante ed innocuo, e per questo temuto dagli adulti, sta nel parlarci di scelte da compiere, di passi falsi inevitabili, di pirati contro cui lottare, di solitudini necessarie e di emancipazioni faticose. Emanciparsi dal giogo del lutto è faticoso. Ma non impossibile.

"Io vi porto una mamma per raccontarvi le fiabe e voi la colpite?", dice, arrabbiato, ai suoi Bambini Sperduti, troppo inesperti della cura per riconoscere una Mamma a prima vista.

Peter Pan ci parla di cura, di ricordo, di memoria, di isole che ci sono anche quando non sono a portata di mano: anche quando non siamo disposti a accettare che ci siano.

 

Ci parla di fatica di trovare il proprio spazio, e la propria strada.

Lei gli domandò dove abitava.
“Seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino”, rispose Peter.
“Che indirizzo buffo!”. Peter si sentì smarrito. Si accorse per la prima volta che forse era davvero un indirizzo buffo. 

 

L'isola che non c'è
Edoardo Bennato
 
Seconda stella a destra
questo è il cammino
e poi dritto, fino al mattino
poi la strada la trovi da te
porta all'isola che non c'è.
Forse questo ti sembrerà strano
ma la ragione
ti ha un po' preso la mano
ed ora sei quasi convinto che
non può esistere un'isola che non c'è
E a pensarci, che pazzia
è una favola, è solo fantasia
e chi è saggio, chi è maturo lo sa
non può esistere nella realtà!...
Son d'accordo con voi
non esiste una terra
dove non ci son santi né eroi
e se non ci son ladri
se non c'è mai la guerra
forse è proprio l'isola
che non c'è. che non c'è
E non è un'invenzione
e neanche un gioco di parole
se ci credi ti basta perché
poi la strada la trovi da te
Son d'accordo con voi
niente ladri e gendarmi
ma che razza di isola è?
Niente odio e violenza
né soldati né armi
forse è proprio l'isola
che non c'è... che non c'è
Seconda stella a destra
questo è il cammino
e poi dritto, fino al mattino
poi la strada la trovi da te
porta all'isola che non c'è.
E ti prendono in giro
se continui a cercarla
ma non darti per vinto perché
chi ci ha già rinunciato
e ti ride alle spalle
forse è ancora più pazzo di te
 
Puoi ascoltare la canzone qui nella versione di Alex Britti
Last modified onGiovedì, 07 Febbraio 2019 12:12
CiaoLapo Onlus

Claudia Ravaldi. Psicoterapeuta e medico, fondatore e presidente di CiaoLapo Onlus. Nasco nel 1974 d’estate. Pronuncio le mie prime parole a sette mesi (mamma e pane, ma non in quest’ordine…) e inizio a leggere e scrivere a 4 anni, per non smettere praticamente più. Dopo il Liceo Classico mi laureo in Medicina a Firenze, mi specializzo in Psichiatria e studio Psicoterapia a Milano. Ho lavorato per dieci anni nel campo dei disturbi del comportamento alimentare, come clinico e come ricercatore. Oggi mi occupo prevalentemente di relazione terapeutica, comunicazione e salute, alimentazione consapevole, mindfulness, EMDR, gravidanza e maternità, lutto e salute perinatale, collaborando da libera professionista con vari enti e dipartimenti universitari come ricercatrice e docente. Dopo la morte a fine gravidanza del mio secondo figlio ho fondato e presiedo l'Associazione CiaoLapo Onlus (www.ciaolapo.it) per la tutela della gravidanza a rischio ed il supporto psicologico ai genitori colpiti da lutto perinatale.

Website: www.psico-terapia.it
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