Lutto perinatale e socializzazione
Inviato da: Alfredo
in Lutto e psicologia
il Gen 28, 2010
Mi è capitato recentemente di leggere questo articolo in un blog di un antropologo universitario che parla di noi, in maniera che mi è parsa sulle prime non del tutto condivisibile. Inserisco qua il post originale e le risposte, se volete potete commentare l'articolo originale sul blog di Piero Vereni.
Dopo che ho risposto al blog del dott. Vereni (in maniera in effetti molto decisa, come potete leggere più avanti), egli ha a sua volta risposto pubblicando un altro post chiarificatore, nel quale il suo intento appare differente da quello che a tutti noi era sembrato in un primo momento.
Il tema della discussione non è tanto sulla legittimità del lutto perinatale, quanto sulla sua socializzazione, sul ruolo della tecnologia nella formazione del legame col bambino (bonding) e nella elaborazione del lutto (lutto privato o lutto pubblico). Sono argomenti di cui abbiamo spesso parlato e sui quali abbiamo le nostre idee (almeno in parte suffragate dall'esperienza e dalla ricerca clinica), ma che non necessariamente devono valere per tutti.
Sposterei per favore su questo tema la discussione, al fine di renderla una operazione costruttiva e per evitare che possa diventare uno sgradevole alternarsi di attacchi e difese.
PS: vi invito inoltre a non confondere le affermazioni del dott. Vereni sul suo blog, con i commenti dei visitatori, in particolare del primo.
Post originale
Dopo pranzo ho continuato a sistemare il course plan per Urban and Global Rome che tengo al Trinity College. Mentre cercavo un contatto per una delle uscite previste con gli studenti, ho trovato un pagina Fb dedicata a Babyloss info, mi sono visto il sito, che collega una rete internazionale di persone che hanno perduto un bimbo in età perinatale (vale a dire poco prima o poco dopo la nascita). Il sito è a sua volta gestito da CiaoLapo Onlus, associazione costituita da due genitori che hanno perso il loro bambino (Lapo, appunto) pochi giorni prima del parto. Ho più di una persona cara nella mia famiglia che ha vissuto questo lutto, ma non ho mai pensato alla sua socializzazione. Mi colpisce soprattutto la categoria "morte perinatale" che rende il parto un momento non discriminante nella nostra concezione della persona. Il ricordo diventa una posizione identitaria fondamentale, e il sostegno reciproco, se da un lato spinge al superamento delle condizioni medico-clinche che possono aver causato la morte (con un intento quindi preventivo), è in buona parte orientato alla condivisione del lutto, alla sua socializzazione e quindi, quel che mi colpisce più di tutto, alla sua definizione. E' evidente che per molti di noi (penso appunto alle persone che io conosco) una perdita perinatale non è percepita come legittimamente elaborabile in un lutto sociale, ma come un dolore del tutto privato, che privatamente va rimosso. Mentre, ad esempio, posso parlare con quelle persone di nostri cari comuni, non posso parlare del feto o del bimbo morto alla nascita: non ne ho mai parlato in anni e anni, un vero tabù che una posizione come quella di Babyloss tende a negare totalmente, inscrivendo quindi la perdita dentro la socialità della piena umanità.
Se Lapo, come è stato per millenni, non fosse stato visibile prima della nascita, avremmo gli strumenti per elaborare la categoria di "lutto perinatale"?i controlli segnalavano un bambino grosso e dalle guance paffute ("questo bambino è bello come un angelo, guardate che guance e che gambe che ha" sono le parole che hanno accompagnato l'ultima ecografia di controllo, fatta tre giorni prima della sua morte).
Scritto da Piero Vereni Martedì 12 Gennaio 2010, 4.20 PM
Primo commento
Andrea Franzoni ha detto...
un aspetto può essere il fatto che le comunità virtuali di questo tipi bloccano l'elaborazione del lutto, sostituendola con una specie di ruminazione in cui la ferita non si rimargina mai? una volta tutto o quasi si chiudeva col funerale, e poi la vita continuava (magari lo scomparso veniva rievocato in occasioni particolari, ma la cosa veniva digerita). oggi ho invece l'impressione che spesso le associazioni di questo tipo (ad esempio quelle per i bambini scomparsi o per le vittime del terrorismo) producano una sorta di ruminazione del lutto: con la scusa di "aiutare gli altri" e di "socializzare il lutto", che può essere sicuramente utile, alla fine questo lutto non viene chiuso mai
12:44 PM
Mio commento
Gentile dott. Vereni, ho letto tempo fa il suo post e l'ho trovato molto qualunquista e superficiale, tuttavia non avevo avuto tempo per commentare. Oggi leggo però il commento di Andrea Franzoni, e non posso definirlo che raccapricciante, quindi bisogna che intervenga, prima che la situazione degeneri.
Noi genitori che abbiamo perso un figlio siamo abituati alla superficialità, al qualunquismo e agli atteggiamenti distanzianti e sminuenti il dolore messi in atto dalle altre persone (è un meccanismo di autodifesa piuttosto frequente), ma tali luoghi comuni e affermazioni discutibili non possono essere tollerate quando sono pubblicate su internet e chiunque le può leggere, peggio che mai se ammantate di un'aura di rispettabilità in quanto pubblicate in un blog da un ricercatore universitario.Sono anch'io ricercatore universitario (in Farmacologia, a Firenze) e mia moglie Claudia Ravaldi, la madre di Lapo, è psichiatra e psicoterapeuta con una decennale specifica esperienza formativa e professionale nella psicotraumatologia e nella gestione del lutto. Non è solo "la mamma di Lapo", come lei scrive. Sono cose che forse avrebbe dovuto già sapere, essendosi ritenuto in diritto di parlare di noi (e di nostro figlio) sul suo blog, con toni non dico dispregiativi, ma certamente supponenti e diminutivi delle nostre attività (attività che portiamo avanti da tre anni in maniera volontaria e gratuita). Entrando più direttamente nel merito delle questioni che lei solleva:
- Il fatto che nessuno della sua famiglia abbia mai pensato ad una socializzazione del lutto perinatale, non vuol dire che questa sia una nostra bizzarra invenzione. Esistono centinaia (centinaia) di testi divulgativi, scientifici ed antropologici su questo argomento nella letteratura internazionale, nonché numerosi studi clinici sulla psicologia e sul trattamento del lutto perinatale.
- Non è affatto "evidente" come lei dice, che questo lutto vada "privatamente rimosso"; questo è soltanto un preconcetto culturale della nostra società, che lei sposa ciecamente, e che si è dimostrato invece causa di "cristallizzazione" del lutto perinatale (anche dopo decenni dall'evento) e fonte di problemi psicopatologici nei genitori e nei figli successivi (la letteratura internazionale a dimostrazione di questo è a sua disposizione presso di noi, se non fosse in grado di reperirla autonomamente).
- E' ipocrita premettere la locuzione "con tutto il rispetto per chi ha sofferto un simile dolore" prima di diminuire arbitrariamente (e di fatto delegittimare) tale dolore.
- Se Lapo, come lei dice, "come è stato per millenni, non fosse stato visibile prima della nascita", sua madre avrebbe comunque partorito un bambino a termine di gravidanza, di 3,5 kg, fatto come un bambino, dello stesso colore, forma, peso e dimensioni di un bambino vivo, però morto. Dice che se ne sarebbe accorta, senza ecografia? Glielo dico io: sì, se ne sarebbe accorta, anche senza ecografia, come è stato per millenni per tutte quelle donne il cui lutto e' stato socialmente negato e sono state costrette a portarselo dentro da sole.
Entrando infine nel merito dell'antropologia del lutto perinatale (la cui esistenza lei nega), esistono diversi testi sull'argomento nel panorama internazionale. Tra questi, le cito solo "The Antropology of Pregnancy Loss", a cura di Rosanne Cecil, Berg press, Oxford 1996, nel quale la perdita in gravidanza è affrontata dal punto di vista di diverse culture, tutte senza ecografia. Ad esempio si legge che nella cultura della Tanzania Sud-Occidentale (pag 92) "l'aborto e la morte endouterina sono causa di lutto per la coppia interessata, per la loro famiglia e per i membri della loro casata. Sebbene non vi siano cerimonie funebri elaborate, la coppia riceve grande assistenza, consolazione e sostegno da parte di parenti, amici e compagni." Più vicino a noi, in uno studio condotto nell'Irlanda del Nord in donne di età compresa tra 65 e 89 anni che avevano avuto una perdita in gravidanza tra i 24 e i 44 anni (quando l'ecografia non c'era) l'autrice stessa (antropologa) si scontra con i propri preconcetti culturali per i quali si attendeva che (1) tanto più la perdita è precoce, tanto meno dolore si provasse e (2) se sono presenti altri figli, il dolore fosse minore. Entrambi questi preconcetti (basati, come dice l'autrice, sul "common sense", ma non suffragati da alcun dato oggettivo) vengono smentiti dai racconti delle donne intervistate a distanza di oltre 40 anni dalla perdita (p.189-190). Non faccio altri esempi perché immagino preferirà documentarsi da solo consultando le fonti originali.
Non posso infine fare a meno di commentare le ingiuriose affermazioni di Andrea Franzoni, secondo il quale, le "associazioni come la nostra", con la "scusa di aiutare gli altri" (la scusa?) "bloccano l'elaborazione del lutto sostituendola con una specie di ruminazione". Questa affermazione, di nuovo non suffragata da fatti, ma basata su una estemporanea ideazione di una persona evidentemente incompetente, offende profondamente chi dell'autoaiuto ha fatto il suo strumento principale per sollevare dalla sofferenza le persone in lutto. In verità i dati scientifici che sostengono l'utilità dei gruppi di autoaiuto nella gestione del lutto si sprecano. Tra l'altro è in questi giorni in discussione una tesi di laurea in Psicologia presso l'Università di Bologna nella quale in una ricerca da noi coordinata svolta sui genitori della nostra associazione, si è dimostrato che i genitori che hanno partecipato a gruppi di autoaiuto dal vivo o online presentano una migliore elaborazione del lutto, oggettivabile attraverso test psicometrici validati. Il lavoro sarà oggetto di pubblicazione internazionale e sarò lieto di inviarvelo, non appena pubblicato (oltre a ribadire una serie di dati psicopatologici ormai acqusiti che di nuovo smentiscono i pregiudizi perpetrati in questo blog).
Cordiali saluti,
Dott. Alfredo Vannacci
Fondatore e Segretario Associazione CiaoLapo Onlus
Nuovo post dell'autore del blog
Il mio post sul lutto perinatale ha suscitato molte reazioni, come potete vedere dai lunghi commenti. Mi dispiace sinceramente di aver ferito la sensibilità di persone che già hanno dovuto provare il dolore di quella che immagino sia la perdita assolutamente più irreparabile, vale a dire quella di un figlio, e a mia unica discolpa posso dire di non aver avuto l'intenzione di ferire nessuno veramente.
Con il mio post non intendevo sminuire quel dolore (che è tale nella misura in cui viene provato, non c'è nulla da sminuire o esagerare nel dolore degli altri) ma mi chiedevo come mai solo da qualche anno, "da noi" si sentisse la necessità di portarlo alla luce della discussione e dell'elaborazione pubblica. Certamente, perdite perinatali sono avvenute sempre (e con una frequenza molto molto maggiore più si va indietro nel tempo) ma non ho memoria di un'accettazione sociale pubblica di questo dolore: era solo questa considerazione che aveva mosso il mio post.
Durante le prime lezioni di antropologia, quando si tratta di parlare del ruolo che certe forme della comunicazione e della tecnologia hanno nel produrre relazioni sociali, faccio sempre un esempio.
Mio padre e mia madre hanno avuto sette figli, quattro femmine e tre maschi, ma hanno saputo il nostro sesso (e qualunque altra caratteristica fisiologica su di noi) solo al momento della nascita. Io, invece, ricordo pefettamente il momento in cui ho visto la faccia di Rebecca (la mia prima figlia, che ha otto anni) e della seconda figlia (Amanda, che ha un anno e mezzo). Le ho viste attorno al quarto mese di gravidanza, le ho viste dentro l'utero, e il ginecologo ci ha stampato una "foto" in cui i lineamenti di entrambe erano perfettamente riconoscibili.
Per Amanda (che è nata da una mamma diversa da quella di Rebecca) siamo andati in un centro diagnostico romano molto attrezzato e molto "lussuoso", e ricordo che il ginecologo era sorpreso che ad accompagnare Valeria incinta ci fossimo solo io e Rebecca. Di solito, ci ha spiegato, per occasioni come questa molti radunano il parentato allargato, tant'è che la sala dell'ecografia è attrezzata con un vero salottino appartato con un'ampio schermo alla parete dove viene proiettata l'immagine dell'ecografia che viene ripresa nella stanza a fianco, per dar modo a nonni e zii di assistere alla prima epifania del/la bambino/a.
Ai miei studenti dico che mio padre e mia padre potevano solo immaginarci, e lo facevano molto, molto vagamente a sentire i loro ricordi. Soprattutto mio padre, non potendo avere alcuna esperienza fisica della paternità fino al momento in cui ci ha visti, sono certo che ci ha amati fin da subito, fin da quando mia madre gli comunicava di essere incinta (non ho alcun dubbio su questo, e tutta la vita di mio papà sta a dimostrarlo), ma non ha potuto stabilire alcuna relazione emotiva con noi come veri esseri umani concreti, non semplici idee della sua mente.
Io, invece, ho potuto ricordarmi della faccia delle mie figlie mentre ancora erano nella pancia delle loro mamme: sapevo che erano femmine, non perché "me lo sentissi" (com'era una volta) ma perché me l'avevano detto. Avevo visto il labbro sporgente di Rebecca e il naso all'insù di Amanda e già facevo il gioco delle somiglianze molto prima che venissero partorite.
Per non parlare dell'analisi del sangue per le mie compagne (sono microcitemico, portatore sano di anemia mediterranea) dell'amniocentesi, dell'ecografia morfologica, della translucenza nucale, tutte analisi ed esami che avevano escluso una serie di gravi malattie.
Non intendo misconoscere il dolore dei genitori che hanno subito un lutto perinatale, e non credevo di aver detto nulla che potesse lasciarlo in alcun modo credere. Ma riconoscere che un dolore ha assunto una forma socialmente accettata non significa ammettere che sia universale nel tempo e nello spazio, né considerarlo come l'unica forma ragionevole di reazione a una perdita perinatale, quasi che chi continuasse a elaborarlo (anche con la rimozione) nel privato altro non sarebbe che uno scellerato o un represso. Le persone che conosco che hanno subito questa perdita sono persone sensibili, non certo mostri, ma non racconterebbero mai questo loro dolore in pubblico, a estranei, su un blog. Il loro modo di affrontare (superare/rimuovere) il dolore forse appartiene a un'altra epoca, forse è addirittura fuori moda, ma io credo che sia altrettanto legittimo di chi invece ritiene necessario esporlo pubblicamente. Ognuno ha diritto di affrontare il proprio dolore come meglio crede, ma chi lo rende pubblico avrà in più l'onere di vedersi interrogato sulla forma di quella sofferenza, senza che questo costituisca automaticamente un insulto.
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Antropologia del lutto perinatale
Jan 28 2010 20:34:49 Carissimo dott. Vereni
il limite umano ci porta a pensare di poter amare solo una persona se la possiamo toccare, odorare. Per fortuna l'uomo si è evoluto e il lato animale (nel senso buono del termine) è migliorato. Per fortuna riusciamo ad amare il frutto dell'amore anche senza averlo visto, toccato o purtroppo potuto coccolare. L'elaborazione del lutto, a mio avviso, avviene sempre nel privato. Avere la possibilità di parlarne è solo una possibilità in più che noi genitori, ci siamo dati. Sapere di non essere l'unica persona al mondo che soffre, è un sospiro di sollievo. La invito anche io a documentarsi di più riguardo a tutti gli studi sul lutto perinatale e non. Monica |
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Re:Antropologia del lutto perinatale
Jan 28 2010 20:29:29 Grazie Alfredo,
grazie per avere immediatamente commentato le parole di un "povero" uomo che nulla ha di meglio da fare che scrivere stupidaggini offendendo e non rispettando in primis il lavoro meraviglioso che fate a CIAOLAPO e poi tutte noi mamme e papà che hanno perso i loro bambini,figli desiderati e ancor di più amati!Lo definisco "povero" uomo perchè assolutamente povero di sentimenti e di umanità, arido blateratore e commentatore di un perdita che per fortuna sua non ha provato ed in questo sarei davvero cattiva se anche lontanamente pensassi ciò che in realtà è:chi non prova non capisce! Io sono una mamma speciale attempata,la mia storia risale a qualche anno fà e cioè al 2003,chissà come potrei essere definata dal "tipo"?Una sociopatica incapace di superare così dopo il funerale (che peraltro non abbiamo fatto)la morte della mia primogenita,sociopatica in quanto scrivo nel forum di un sito che avrei voluto esistesse sei anni fà!Ebbene il dolore dopo tanti anni lascia il posto alla nostalgia e all'amore e il bisogno di scrivere in questo forum è quello di aiutare le altre mamme dicendo"io ci son,sono qui per voi,vi offro una spalla a cui appoggiarvi per fare un pezzetto di strada insieme,perche questo immenso dolore mi ha sommerso qualche anno fà,ci sono passata prima!" La mia bambina si chiama Ludovica è nata a termine il 7 marzo 2003 e morta dopo 29 giorni il 5 aprile 2003 |
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Re:Antropologia del lutto perinatale
Jan 28 2010 20:09:39 non ho bisogno di darmi tempo prima di rispondere perchè non provo assolutamente rabbia nei confronti di queste persone, solo un gran tristezza e mi domando se abbiano figli e se eventualmente i loro figli sappiano che il loro padre non aveva instaurato alcun "rapporto sociale" con loro prima della nascita e che non ha goduto di quei momenti meravigliosi di condivisione con la propria compagna quando ci si ferma a fissare la pancia che si muove e che reagisce alle carezze dei futuri genitori.
io, come molte mamme sanno, ho avuto 7 perdite in epoche gestazionali diverse( anche se mai a fine gravidanza) e penso di potermi permettere di ribattere al sig. vereni quando dice che la perdita di un figlio in gravidanza non è pienamente ascrivibile dentro "la socialità della piena umanità". lasciatemi dire: vergogna!. mi dispiace, ma io non ho mai pensato di aspettare che si strutturasse "una piena umanità", io aspettavo già un FIGLIO, un figlio che si muoveva dentro di me e che io non solo percepivo, ma potevo addirittura vedere attraverso gli abiti nei suoi movimenti ... indipendentemente poi dall'ecografia o da un test di gravidanza, aggiungo che non ho mai toppato nel mio sentirmi incinta .... forse anche questo vorrà dire qualcosa. la mia prima perdita risale a 14 anni fa, e qui voglio rivolgermi al sig. franzoni, bhè non è passato giorno in tutto questo tempo che io nel mio PRIVATO non abbia "rimuginato" su quanto successo, sentendomi spesso fuori luogo e senza saper dare un nome a ciò che provavo e, se da un lato la vita continuava, dentro di me continuava anche a morire qualcosa... se la perdita della mia ultima bambina l'anno scorso ha un senso, forse è stato quello di avermi fatto conoscere non il sito di ciaolapo, ma le PERSONE meravigliose che formano questa grande famiglia: contrariamente a quanto lei afferma, sig. franzoni, dal momento in cui sono approdata in questa "comunità virtuale" ho smesso finalmente di "rimuginare" sul mio dolore e ho cominciato a riconoscere e ad elaborare quel dolore anche e soprattutte grazie all'aiuto di altre mamme speciali( e forse non speciali perchè abbiamo perso un figlio, ma perchè sapiamo riconoscere i veri sentimenti). solo adesso posso dire di avviarmi alla "chiusura" di questo lutto, grazie alla condivisione del dolore, ma soprattutto dell'amore che nutriamo per i nostri figli. piccolo particolare: io ho anche due figli qui con me, filippo di quasi 8 anni e davide di 12... le sembrerà strano, ma li amo dello stesso identico amore che nutro per i miei figli che non ho mai potuto crescere. colgo l'occasione per ringraziare alfredo che con questo post mi ha risvegliato da un torpore che mi aveva assalito in questi giorni. o forse dovrei ringraziare voi sig. vereni e franzoni? margherita |
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Re:Antropologia del lutto perinatale
Jan 28 2010 19:45:05 vi scrivo il mio commento che è già sul blog..
Cari amici... sono Marianna, una ragazza romana di 25 anni. E sono la zia acquisita di Lapo. Io e Lapo non ci siamo mai conosciuti. Quando lui era nella pancia, io non conoscevo la sua mamma (che ora è la mia + cara amica)... di Lapo non ho visto nemmeno un'eco (ho visto solo una volta, e di recente, una sua foto sbiadita in cui si vedono bene solo i piedini e le manine). Io e Lapo non abbiamo lo stesso sangue (sono una zia acquisita...di cuore insomma...). Eppure...eppure io e Lapo siamo legati da una cosa che va oltre la onoscenza fisica e va oltre tutti gli studi atropologici e filosofici dell'universo. Quella cosa si chiama Amore. Lapo mi ha portato nel suo mondo, in CiaoLapo...e in CiaoLapo conosco mamme...leggo storie...ascolto gridi... vedo lascrime...ma soprattutto, sento un amore che va oltre il tempo, oltre le settimane, oltre le immagini. La maggior parte delle nostre mamme non ha foto del loro bambino...a volte neanche un'eco. Molte volte, il piccolo è rimasto nella pancia talmente poco tempo da lasciare, come ricordo, solo un test di gravidanza. Eppure, entrando in CiaoLapo, sono certa che nessuno (neanche voi) possiate restare estranei all'amore. Mi rimane davvero di difficile comprensione, e, perdonatemi, un po' ottuso, il concetto del "occhio non vede, cuore non duole..." . Si è madri e padri dal primo istante. Addirittura, ho visto madri e padri piangere il lutto, amarissimo ve lo assicuro, di non poter avere figli. Ho conosciuto mamme che hanno partorito i loro bimbi vivi, piccolissimi...e non hanno potuto vederli per una settimana...e poi i bambini sono morti...e le loro mamme non li hanno mai visti... Cosa rende un lutto, tale? dobbiamo aspettare che muoiano diecimila bambini per un terremoto, o che un'auto pirata travolga dieci ragazzi? O forse, il lutto è una perdita che ti scava dentro e ti logora, se sei solo, e non ti lascia scampo? Cosa vi spinge a pensare che una mamma e un papà siano legati al loro bambino solo dalla sua visione? E' vero...APPARENTEMENTE, quando non esistevano le comunità virtuali, il lutto si esauriva con il funerale. Ma vi siete mai fatti la domanda: COSA RESTA DOPO? COSA SI DIVENTA DOPO? La morte di chi si ama, a maggior ragione di un figlio (indipendentemente dal numero di cellule da cui è composto o dalla + o meno bellezza dei suoi lineamenti) sconvolge. La morte di chi si ama, se non elaborata, distrugge anche chi resta. Avete mai chiesto...a quattr'occhi, ad una vostra nonna che ha perso un bimbo in epoca perinatale quanto dolore le sia costato il dover mantenere segrete le sue lacrime? Il lutto, e in particolar modo il lutto perinatale, è un mondo che va non solo studiato...ma vissuto giorno per giorno accanto a chi purtroppo ne è protagonista. Non servono studi, nè sulla natura, nè sull'uomo, se poi basta un "non vederlo che tanto passa" per archiviarlo. Ho visto Lapo a tre anni di distanza da quando è entrato nella mia vita. Ma vederlo non è servito a nulla, io lo amavo da sempre, così com'era, senza bisogno di immagini o legami. Solo, semplicemente, per il suo amore. a presto, mery di CiaoLapo |
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Re:Antropologia del lutto perinatale
Jan 28 2010 19:44:37 Sono d'accordo in tutto e per tutto con le parole di mammuzza...
...affrontare un parto sapendo di dare alle luce un bambino già morto, il tuo bambino che hai portato nella pancia per 9 mesi...amato fin dall'inizio, e poi visto, baciato, coccolato...perchè non potrei aver diritto al mio lutto????? La mia bambina si chiama Chiara, è nata morta il 3 gennaio 2010, 4250 gr di bellezza paffutta...sepolta il 7 gennaio. Non c'è momento delle mie giornate che io non pensi a lei...è mia figlia!!! Rosanna con Chiara nel cuore |
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Re:Antropologia del lutto perinatale
Jan 28 2010 19:20:51 Ma al peggio non c è mai fine? Io personalmente ritengo senza nessun pregiudizio nei confronti di questo signore che il suo sia solo un giudizio affrettato dettato dalla non conoscenza di Ciaolapo e per fortuna sua dal non avere mai vissuto personalmente la perdita di un figlio ,in qualsiasi epoca gestazionale o età.
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Re:Antropologia del lutto perinatale
Jan 28 2010 19:12:19 Alle persone che si sono "permesse" di citare parole come lutto ed elaborazione con tale leggerezza auguro con tutto il mio cuore di MAMMA e PAPA' che un tale dolore non li raggiunga mai.
Difatti siamo certi che certe asserzioni siano dettate dal fatto che una tale sciagura non li abbia mai colpiti, e credetemi, siamo contenti così. Diversamente le gentili signore che accompagnano tali "illuminati" sarebbero qui con noi a cercare quel conforto e quel calore che spinge, sprona e soprattutto porta alla luce degli aspetti che non sono solo "bonari", qui gli aiuti sono anche di altro tipo, legale e burocratico, psicologico e medico. Le persone che come me e il mio compagno si sono affidate alle parole d'amore e supporto non sono nè pescatori nè montanari ottocenteschi, siamo colti e conduciamo una vita sociale assolutamente normale, come voi. Abbiamo scelto piuttosto di non chiuderci in un dolore che se lasciato "sedare" ci avrebbe messo in un letto a dormire da qui all'eternità, perchè forse non Vi rendete conto che la perdita di un FIGLIO, la successiva sepoltura e il ricordo da elaborare potrebbero divenire la morte di una famiglia fin qui non pronta ad una tale prova. Il mio racconto del parto? 24 ore tra il dolore e la soglia sottile della pazzia. Sono pronta a farVi rabbrividire se e quando lo riterrete opportuno, insieme ai genitori che hanno conosciuto questo inferno. Vi esorto a contattare vivamente una mamma che frequenta il sito come me, a leggere i nostri post, a non confonderci con una fantomatica setta di "buonisti", questo offende non noi come esseri umani, ma la vita che abbiamo portato dentro e che ci ostiniamo a tenere con noi con una nuova visione, quella dell'amore. Chiedo alle mamme e ai papà di riportare in seguito i nomi dei loro angeli, affinchè queste coscienze si aprano a nuove prospettive. Il mio bambino si chiama Gabriele, è nato morto il 18 Gennaio, Kg 3950, l'abbiamo ridato alla terra il 23 Gennaio. |
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Re:Antropologia del lutto perinatale
Jan 28 2010 18:54:24 Ho appena postato un commento sul blog, ma non è stato pubblicato perchè sottoposto all'approvazione del moderatore......
Comunque Alfredo sei stato tagliente come una spada nel rispondere....che brutta cosa l'ignoranza !!!!! |
#33400 |
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Re:Antropologia del lutto perinatale
Jan 28 2010 18:34:00 BRAVO ALFREDO!!ho letto tutto d'un fiato l'articolo,e penso che ti sei spiegato benissimo,nel tuo,e nel,NOSTRO PENSIERO.MA CHI CAVOLO E' QUESTO??e come si e' permesso di sminuire tutto cio' che tu,e claudia,con grande amore e devozione avete fatto??altro che-con la scusa di questo sito-!!per me,e credo per tutte le altre mamme,voi siete stati un'ancora di salvezza.anzi,non solo,e' proprio affrontando il nostro lutto,che giorno dopo giorno,riusciremo a superarlo.e questo solo grazie a voi.credo che questa persona,faccia parte della schiera dei-METTIAMO LA TESTA SOTTO LA SABBIA,FINCHE' LA TEMPESTA NON E' PASSATA-.......che orrore.da quando ho perso il mio bambino,non faccio altro che parlarne,anche perche' la maggior parte della gente,nemmeno si immagina,a quante"complicazioni"si puo' andare incontro durante la gravidanza.che si puo' perdere un figlio,non solo nel primo trimenstre,ma ben oltre........BISOGNA PARLARE,DIVULGARE,E INFORMARE.CREDO sia la miglior prevenzione.grazie.grazie claudia,alfredo e specialissimo lapo.isa
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#33394 |
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