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Heart-breaking news

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Parlare con cura sui giornali di lutto perinatale è possibile e necessario.

Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire

Alda Merini

In questi giorni sono rimbalzate sui giornali locali e sui quotidiani online numerose notizie di lutto e morte perinatale (riportiamo qui quelle a nostro avviso più adeguate): queste notizie, che riguardano donne, coppie, famiglie intere, si somigliano molto per i titoli, per la struttura del testo e per la brevità con cui viene affrontato l'argomento. Il taglio scelto è quasi sempre quello della cronaca, di fine puramente informativo, talvolta persino sbrigativo. Accade ancora, accade purtroppo che la notizia sia data in modo marcatamente sensazionalistico.

Come se l'obiettivo di queste notizie fosse quello di "dare la notizia". Lanciarla fuori. Farla girare.

Senza però valutare in modo esaustivo e responsabile le conseguenze che la notizia ha in chi la legge e in chi è, al tempo stesso, lettore e protagonista dell'evento.

I genitori, i parenti del bambino morto, gli operatori sanitari che hanno lavorato insieme a quella coppia.

Come vivono il fatto di leggersi sui giornali ed essere esposti, direi violati, nel loro status di persone già traumatizzate da un evento grave e doloroso e in quanto tali meritevoli di accudimento, sostegno e tutela?

Come è vivere un'esperienza in modo sdoppiato? Dentro di noi, e poi, anche, contemporaneamente fuori, sui giornali, nero su bianco? Come è leggere il nome del proprio figlio morto nei titoli a caratteri cubitali? Cosa lascia, dentro?

Queste notizie spesso "escono da sole", senza chiedere il permesso a noi genitori o operatori coinvolti. Raramente, infatti, queste notizie vengono diffuse dopo approfondite "interviste" ai genitori colpiti, quasi mai vengono scritte per richiesta diretta dei genitori, o su iniziativa degli operatori a scopo educativo e sanitario. Spesso i genitori e gli operatori non sanno nemmeno che si sta scrivendo un articolo su di loro. Lo sanno nel momento in cui la notizia inizia a rimbalzargli addosso sui social, via mail o per strada, sugli strilloni dei quotidiani.

Una pioggia di notizie sulla morte del tuo bambino, mentre tu sei ancora lì che ti chiedi se è successo veramente. Una pioggia di ipotesi, insinuazioni, pareri non richiesti, dettagli della tua salute o di quella di tuo figlio buttati in pasto alla folla. Senza nemmeno chiedere.

Una pioggia di informazioni (l'età della madre, il lavoro che fa, a quante settimane di gestazione era, e cosa hanno detto i medici relativamente all'accaduto non mancano mai) che diventa un nubifragio.

Da  breaking-news - notizia dell'ultima ora, a heartbreaking-news, notizia-spaccacuore il passo è breve. Brevissimo. E non ci vuole molto per capirlo. Basta essere il protagonista della pioggia di notizie, per imparare la differenza sulla tua pelle.

Lo sanno la mamma di Celeste, di Andrea, di Anna, di Luca e cento altri.

Le parole sono importanti, lo dico da anni.

Si potrebbe obiettare che qualunque parola usiamo in questi casi, non cambierà la realtà delle cose.

E questo è vero, se per "realtà delle cose" intendiamo solo ed esclusivamente l'evento morte di un bambino.

Se invece dentro "la realtà delle cose" includiamo quello che resta dopo una morte perinatale, e cioè il lutto e la sua elaborazione, le parole usate diventano di fondamentale importanza per l'equilibrio e la salute dei genitori e della famiglia.

Ecco perché nel lutto perinatale, (e anche, lo scrivo qui nero su bianco in grassetto, in tutte le situazioni di lutto o di trauma in generale, comprese le notizie relative al suicidio, all'infanticidio, alla morte in culla) il ruolo di chi pensa, scrive e diffonde la notizia non è di minore importanza rispetto a chi si prende cura della persona in lutto.

Può facilitare il sostegno di quella persona e promuovere con le migliori parole possibili l'elaborazione del trauma, o ostacolare l'elaborazione, creando il nubifragio di cui sopra.

Medici, operatori sanitari, familiari, giornalisti, sono corresponsabili del benessere delle persone che stanno vivendo un lutto e un trauma, ciascuno per la sua competenza.

Le loro azioni, le loro parole, i toni scelti per comunicare l'evento o per comunicare sull'evento hanno delle conseguenze importanti a breve, medio e lungo termine.

Lo sappiamo bene. Devono saperlo tutti.

 

Last modified onGiovedì, 31 Gennaio 2019 20:04
CiaoLapo Onlus

Claudia Ravaldi. Psicoterapeuta e medico, fondatore e presidente di CiaoLapo Onlus. Nasco nel 1974 d’estate. Pronuncio le mie prime parole a sette mesi (mamma e pane, ma non in quest’ordine…) e inizio a leggere e scrivere a 4 anni, per non smettere praticamente più. Dopo il Liceo Classico mi laureo in Medicina a Firenze, mi specializzo in Psichiatria e studio Psicoterapia a Milano. Ho lavorato per dieci anni nel campo dei disturbi del comportamento alimentare, come clinico e come ricercatore. Oggi mi occupo prevalentemente di relazione terapeutica, comunicazione e salute, alimentazione consapevole, mindfulness, EMDR, gravidanza e maternità, lutto e salute perinatale, collaborando da libera professionista con vari enti e dipartimenti universitari come ricercatrice e docente. Dopo la morte a fine gravidanza del mio secondo figlio ho fondato e presiedo l'Associazione CiaoLapo Onlus (www.ciaolapo.it) per la tutela della gravidanza a rischio ed il supporto psicologico ai genitori colpiti da lutto perinatale.

Website: www.psico-terapia.it
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