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Gravidanza e post-parto. Come comportarsi di fronte alla diffusione del virus

Questi sono tempi molto complicati sia per la salute pubblica che per quella individuale: mentre la salute pubblica è minacciata.

Pubblicato su Huffington Post Italia 09/03/20

di Claudia Ravaldi

Questi sono tempi molto complicati sia per la salute pubblica che per quella individuale: mentre la salute pubblica è minacciata dall’epidemia del nuovo Coronavirus che sta mettendo a dura prova l’organizzazione delle nostre strutture sanitarie con un numero di pazienti critici del tutto eccezionale, la salute individuale - del singolo cittadino - è messa a dura prova non solo dalla possibilità di contagio, ma anche dallo stress associato a questa nuova situazione di allarme ed incertezza.

Le persone, anche quelle che sono a basso rischio di complicanze o che abitano lontane dalle zone dove per primo il Coronavirus si è diffuso, sono già state contagiate da insicurezza, incertezza e paura, soprattutto al crescere delle restrizioni imposte dal governo e purtroppo recepite dalle regioni con modalità di comunicazione non sempre chiare e autorevoli.

La confusione nelle comunicazioni relative all’epidemia di Coronavirus ha aumentato l’incertezza e l’ansia dei cittadini, promuovendo la formazione di due poli opposti: da un lato gli scettici, convinti che questa sia poco più che una brutta influenza, dall’altro gli ipocondriaci, alle prese con la sanificazione della propria persona e di tutte le superfici possibili h24.

Nel mezzo, gli incerti, che nel frattempo, vanno avanti con la loro vita di sempre, come se non stesse accadendo nulla di strano in tutto il resto del mondo. Se nelle prime settimane di epidemia circolavano notizie contrastanti sulla gravità del Coronavirus e sulla sua effettiva diffusione, a vantaggio degli scettici, nelle ultime 48 ore è ormai diventato piuttosto chiaro che ci troviamo di fronte a un’emergenza straordinaria e ci è richiesto un comportamento adeguato alla situazione. Un comportamento adulto, maturo, responsabile per se stessi e per gli altri.

In una sola parola, un comportamento civile.

La chiusura delle scuole, la chiusura dei luoghi pubblici, l’ordine di restare in casa stanno incidendo sulla percezione della nostra qualità della vita e stanno condizionando il nostro stile di vita con non pochi sforzi (c’è chi proprio non si rassegna al cambiamento e continua a toccare le cose e le persone senza alcun rispetto). Adeguarsi al cambiamento è uno stress vero e proprio: per grande o piccolo che sia, resta comunque uno stress, un esercizio di equilibrismo tra vecchie abitudini e nuove più salubri omeostasi.

In tutto questo fare e non fare, programmare e disdire, concedere e proibire, Il benessere psichico e quello psicosociale delle persone stanno subendo un vero e proprio attacco frontale. Ci viene chiesto di fronteggiare un’emergenza e agire in modo responsabile ma noi non sappiamo come fare e il cambiamento dei nostri comportamenti è molto più lento di quanto sperato: non basta annunciare nuove norme, bisogna dare il tempo alle persone di interiorizzarle e farle proprie.

Dalla velocità di adattamento della popolazione dipende la permanenza in circolo del virus: più velocemente ci adeguiamo, più sarà breve la vita del Coronavirus nel nostro paese. È nell’interesse di tutti focalizzare i nostri sforzi sul migliore adattamento possibile, rispettoso di noi stessi e degli altri. Questo sforzo lo dobbiamo fare tutti. Tutti noi, giovani, adulti e anziani, single o sposati, bambini o ragazzi, in piena salute o con patologie croniche note, dovremmo rapidamente lavorare per rispettare le semplici norme diramate da OMS, Ministero della Salute e dal nostro Governo.

Questo “tutti” comprende anche le donne in gravidanza, le neo-madri e i neo-papà, i loro familiari e amici. Sappiamo bene che l’arrivo di un neonato in famiglia scatena atavici istinti di accudimento anche nelle persone più insospettabili: sappiamo che i neonati, con i loro piedini, la loro pelle profumata e i loro occhioni spalancati sono un richiamo irresistibile. Tutti vogliono vedere il neonato. Tutti lo vogliono toccare. Tutti lo vogliono prendere in braccio.

Ebbene, questa cerimonia, già piuttosto discussa prima dell’avvento del Coronavirus, oggi rientra a pieno titolo nei comportamenti da evitare. Dovrebbe rapidamente essere inserita tra le prassi desuete, quelle che si facevano una volta e adesso non si usano più.

In questo momento in Italia ci sono migliaia di donne in gravidanza e da Gennaio ad oggi sono nati circa 80.000 bambini (circa 1200 al giorno). La maggior parte dei neonati torna a casa entro i primi tre giorni dopo il parto. In ospedale l’accesso è regolamentato a dovere, proprio per limitare i contatti e ridurre il rischio di contagio. A casa, nessuno può regolamentare, se non noi stessi. E questo può essere un grave problema là dove le nuove norme di comportamento non siano ancora entrate a regime.

I clinici cinesi, che per primi si sono confrontati con il Coronavirus, hanno valutato l’impatto del virus sulla gravidanza, sulla donna in gravidanza e sul feto e hanno scoperto che, sebbene le donne in gravidanza abbiano un rischio di ammalarsi sovrapponibile a quello delle altre persone, allo stato attuale sembra che il Coronavirus NON passi la placenta e quindi ci permette di dire, almeno stando a questi primi studi, che il bimbo in utero è al sicuro. Questo ci permette di canalizzare tutti i nostri sforzi nel ridurre il rischio di contagio per le donne in gravidanza, in modo da tutelare la loro salute.

Le donne incinte DEVONO quindi osservare le stesse norme previste per tutti: evitare di uscire in luoghi pubblici, evitare i luoghi affollati, mantenere una distanza di almeno un metro dal prossimo, evitare il contatto fisico, lavarsi accuratamente le mani con il sapone evitando di toccarsi il volto, stare lontano dalle persone che presentano segni o sintomi di infezione respiratoria in genere, dedicarsi a se stesse e al loro bambino, senza altri pensieri.

Queste disposizioni di salute pubblica possono essere molto difficili da mantenere quando ad esempio la persona con sintomi e segni di infezione è il proprio figlio maggiore, la propria madre, o il proprio compagno.

Comprendo bene lo stato emotivo che si crea in questi casi, la sensazione di dover tutelare e accudire tutti e quindi di “doversi” esporre a rischio, sperando di avere fortuna: siamo in una condizione nuova, mai vista prima d’ora per le nostre generazioni, e dunque occorre la responsabilità di tutti e qualche piccola rinuncia, soprattutto in vista del parto e del puerperio, che sono momenti molto impegnativi, dal punti di vista delle risorse fisiche e psichiche, e dunque bisogna prepararsi ad affrontarli al meglio e bisogna delegare agli altri tutto ciò che si può delegare.

Le puerpere che tornano a casa devono essere consapevoli che oltre al carico normale legato al puerperio, croce e delizia della neomaternità, hanno anche il carico dato dall’epidemia in corso.

Mentre scrivo, tre neonati sono ricoverati perché risultati positivi al test diagnostico; non oso immaginare la preoccupazione dei genitori e la loro angoscia. I neonati, una volta fuori dall’utero materno, hanno gli stessi rischi di tutti noi di incontrare il virus e ammalarsi: non sappiamo ancora nulla di come il coronavirus si comporti nei neonati, e questa assenza di conoscenza scientifica ci chiede una ulteriore cautela collettiva.

Come comportarsi - Qual è il codice di comportamento più adeguato? Riportiamo qui alcuni consigli per gestire al meglio le relazioni in queste settimane complicate.

1) Fare gli auguri a mamma e papà a distanza ed eventualmente chiedere se hanno bisogno di qualche aiuto pratico.

2) Stare lontani dalla casa del bimbo, almeno finchè l’emergenza coronavirus non sarà passata, e privilegiare i contatti telematici (es. videochiamate).

3) Se i genitori, che magari rientrano nella categoria degli scettici, vi invitano a casa, evitate comunque assembramenti: impariamo dai Re Magi, e avviciniamoci al bambino con moderazione, deferenza e rispetto, uno alla volta, chiedendo il permesso SENZA toccarlo.

4) Se co-abitiamo con i neo-genitori, ricordiamoci una semplice regola: i nostri comportamenti e le nostre scelte personali possono impattare sulla salute dei neo-genitori e del piccolo, per cui dobbiamo ricordarci di evitare luoghi affollati e occasioni di contagio, stare a distanza, lavarci le mani, NON toccare la nostra faccia, NON toccare quella del bambino e nemmeno le sue mani o altre parti del suo corpo che lui possa poi mettere in bocca. Questo vale per tutti i visitatori: anche se io sono la nonna, la zia, la madrina o la testimone di nozze della madre. Anche se sono la Regina Elisabetta. Stare a un metro di distanza dalla nuova famiglia è quello che ci vuole in questo momento storico.

5) Se abbiamo bambini piccoli potenzialmente esposti al contagio e possibili vettori privilegiati, non andare a trovare il neonato.

6) Se vogliamo manifestare il nostro affetto alla neo-mamma e al neo-papà possiamo farlo facendo tante altre cose per loro, facendo la spesa, cucinando, facendo piccole commissioni o servizi, ma limitando il più possibile i contatti diretti.

Il neonato al tempo del Coronavirus sta comodissimo in braccio alla sua mamma e al suo papà. Non ha bisogno di altre braccia che vanno e che vengono: se sapremo aspettare, arriverà un momento più opportuno per le coccole in sicurezza.

Conseguenze fisiche e psicologiche dell’epidemia - Ci troviamo a fronteggiare per la prima volta dal dopoguerra una situazione di emergenza pubblica mai sperimentata prima. Questa sensazione di allarme, di confusione sul da farsi, di assenza di controllo e di attesa forzata di tempi migliori può scatenare una notevole ansia e condizionare fortemente i nostri comportamenti e il nostro stato d’animo. Considerando che la gravidanza e il post-parto sono due momenti che già in condizioni normali si associano a una rivoluzione interiore e a una lunga serie di cambiamenti sul piano individuale, di coppia e relazionale, va da sé che dover fronteggiare oltre che gli aspetti fisiologici del cambiamento anche l’emergenza sanitaria può scatenare uno stress molto importante.

È piuttosto tipico delle neo-madri associare la cura amorevole del neonato all’aumento della vigilanza, della protettività e della preoccupazione, soprattutto durante la prima esperienza di genitorialità o a seguito di precedenti complicanze. Questo fondo di preoccupazione e di controllo tende ad attenuarsi via via che, settimana dopo settimana, i genitori e il bambino iniziano a conoscersi meglio e ad acquisire maggiore sicurezza e confidenza nelle proprie capacità.

Inserire in questo delicato equilibrio dinamico una preoccupazione angosciosa come quella che stiamo vivendo in questi giorni può trasformare l’accudimento in ansia e la naturale protettività in iperprotettività. Le madri hanno bisogno a loro volta di sentirsi protette e di non dover aggiungere preoccupazioni a quelle che già normalmente possono girare loro nella testa dopo il parto.

I padri possono esercitare in parte questa opera di protezione, ma a loro volta, in un momento di questo tipo, hanno bisogno anch’essi di una base sicura per potersi orientare, perché sono persone, non automi, e non è mai piacevole vedere la propria compagna preoccupata e non riuscire a fare nulla.

I neonati in tutto ciò, hanno delle microscopiche antennine wireless e si accorgono benissimo se la mamma è spaventata e il papà non riesce a rassicurarla. Questo si traduce in un generale senso di tensione e nervosismo, che non fa bene a nessuno.

Per questi motivi è importante che le donne in gravidanza ed i neogenitori adottino i piccoli accorgimenti indicati dall’OMS e dal Ministero della Salute, chiedendo a parenti ed amici di rispettarli senza se e senza ma.

Questa prassi è sufficiente per abbassare drasticamente il rischio e evitare che l’angoscia e l’ansia ci travolgano senza motivo. Allo stato attuale delle conoscenze, non sembrerebbe infatti che la polmonite COVID-19 abbia particolari conseguenze fisiche specificamente pericolose per le donne in gravidanza e per i neonati (come invece avveniva per la SARS): le informazioni non sono ancora sufficienti per trarre conclusioni definitive, perché è tutto nuovo, e lo stiamo affrontando tutti insieme per la prima volta.

Molti enti nazionali e internazionali stanno tenendo sotto stretta osservazione lo sviluppo della situazione e stanno contribuendo alla realizzazione di linee-guida e protocolli di comportamento. Si segnalano in particolare in Italia le attività coordinate dall’Istituto Superiore di Sanità, e a livello internazionale le posizioni dell’ American College of Obstetricians and Gynecologists (ACOG) dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC) e dell’Agenzia per la Salute Sessuale e Riproduttiva delle Nazioni Unite (UNFPA).

Le attuali raccomandazioni sono riassunte e pubblicate (con costanti aggiornamenti) anche sul sito della Associazione CiaoLapo ETS per la tutela della gravidanza e della salute perinatale (www.covid.ciaolapo.it).

CiaoLapo Onlus

Claudia Ravaldi. Psicoterapeuta e medico, fondatore e presidente di CiaoLapo Onlus. Nasco nel 1974 d’estate. Pronuncio le mie prime parole a sette mesi (mamma e pane, ma non in quest’ordine…) e inizio a leggere e scrivere a 4 anni, per non smettere praticamente più. Dopo il Liceo Classico mi laureo in Medicina a Firenze, mi specializzo in Psichiatria e studio Psicoterapia a Milano. Ho lavorato per dieci anni nel campo dei disturbi del comportamento alimentare, come clinico e come ricercatore. Oggi mi occupo prevalentemente di relazione terapeutica, comunicazione e salute, alimentazione consapevole, mindfulness, EMDR, gravidanza e maternità, lutto e salute perinatale, collaborando da libera professionista con vari enti e dipartimenti universitari come ricercatrice e docente. Dopo la morte a fine gravidanza del mio secondo figlio ho fondato e presiedo l'Associazione CiaoLapo Onlus (www.ciaolapo.it) per la tutela della gravidanza a rischio ed il supporto psicologico ai genitori colpiti da lutto perinatale.

Website: www.psico-terapia.it
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